Riflessione di Natale 2011 PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Martedì 13 Dicembre 2011 08:23
Sant’Agata - Natale 2011
 
“Principe della pace”
 
“… un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio … il cui nome sarà Principe della Pace!” (Is 9,5).
In tempi di guerra e di discordia, in tempi di convivenza difficile a motivo delle diversità etniche, politiche, a volte anche religiose … in tempi di relazioni sofferte anche dentro la famiglia, le comunità cristiane e in riferimento a tutti quei rapporti che sembravano forti ed indissolubili …
ci fa bene ascoltare un annuncio come questo: il Dio che viene è Principe della Pace!
            Forse, siamo tentati di dimenticare che ci sia una radice di pace, di unità nell’abitare le relazioni, dalle più intime a quelle più universali.
            C’è una radice di Pace! La pace è ancora possibile!
            Il Cristo che a Natale celebriamo come il”presente” è davvero Principe della Pace. Perché?
            Perché viene nella debolezza e nella fragilità. Gli unici presupposti della Pace sono proprio questi. Finché ci si pone di fronte all’altro e agli altri con i segni dell'arroganza e della forza si creeranno sempre nemici ai quali si darà fastidio e che cercheranno di prevalere.
Debolezza e fragilità domandano solo di essere accolte, buttando via le armi (pretesa e violenza) e disponendosi solo ad accogliere. Si può anche rifiutare, se si vuole, ma si capisce facilmente ed immediatamente di essere iniqui ed ingiusti.
            Perché nel suo agire e nel suo parlare, Gesù abbatte ogni barriera, ogni diversità è superata nell’accoglienza incondizionata dell'altro; ogni divisione anche quelle che la religione ha creato è ritenuta ingiustificata ed ingiustificabile … proponendo sempre l’uomo, la sua vita, la sua dignità, il suo futuro, il suo bene al centro di tutto e sopra tutto.
            Perché ha saputo amare tutti, anche i nemici, e per tutti ha dato la sua vita.
            Perché nell’ultima cena si è chinato a lavare i piedi anche di chi non lo comprendeva e di chi lo rifiutava e lo aveva già venduto.
            Perché anche a Giuda ha rivolto la parola “amico” ed anche verso i suoi crocifissori ha avuto parole di misericordia.       
            Per questo è “Principe della Pace”.
 
            Ma “principe” è anche richiamo a qualcuno che è “Primo/Principio” di tanti altri che seguono. Ed è qui, crediamo, che ci giochiamo la responsabilità del Natale.
            Se Gesù è “principe/principio”, chi sono coloro che lo seguono? E noi dove siamo?
            Spesso si ha la sensazione che anche coloro che seguono Gesù Cristo siano dei guerrafondai perché non cercano giustizia e relazioni autentiche, perché si accontentano di una fedeltà esteriore e devozionale senza capacità di assumere responsabilità e di mettere le mani sulla storia. Spesso lo seguono persone cariche di contraddizioni e capaci di coniugare presenza in chiesa con assunzione delle logiche più meschine ed egocentriche, gesti liturgici e ricerca di privilegi e tornaconto.
Spesso si segue Gesù Cristo con il rancore per questo o per quello, con le mani chiuse al gesto della carità e della condivisione, con le fratture create e mantenute anche con i parenti più stretti e gli amici che fino a ieri sembravano preziosissimi.
            E noi dove siamo?
            Il Principe della Pace che accogliamo nel Natale ci chiama con radicalità e con forza a non avere paura di schierarci per ogni gesto di comunione e di dono, per ogni schieramento a fianco di chi lotta per la giustizia e per nuove relazioni.
            Il Principe della Pace ci chiama a costruire nuovi percorsi di umanità perché ci sia più pace, più uguaglianza, più desiderio di condivisione, perché ci sia più serenità e più senso di responsabilità nel gestire le nostre realtà politiche ed economiche, perché ci sia più accortezza ed onestà nell’usare quel bene di tutti che è la creazione.
            Il Principe della Pace ci chiama a costruire relazioni nuove nel nostro piccolo, all’interno delle nostre famiglie, delle nostre amicizie e delle nostre realtà ecclesiali, perché ognuno possa vivere rispettato nella sua dignità, nel suo valore ed anche nella sua diversità.
            Accogliere questo Principe della Pace è “affare serio” …. È disporci a vivere un Natale spogliato sì della sua poesia ma rivestito di autenticità e coraggio.
            Buon Natale!
 
“Verbum caro factum est” PDF Stampa E-mail
Scritto da Mario   
Mercoledì 22 Dicembre 2010 21:20
“E il Verbo si è fatto carne!”
            Molto bello leggere il Natale a partire da questa espressione dell’inizio del vangelo di Giovanni.
            Il “Verbo”, la Parola, il Sogno, tutto ciò che Dio ci ha voluto rivelare in Gesù Cristo … si è reso carne, si è reso visibile. Un Qualcuno che si può vedere, ascoltare, toccare … Un Qualcuno fatto di carne e di ossa, di sentimenti e di pensieri, di sensazioni, di gioia e di dolore.
Dio si è messo dentro questa nostra carne e l’ha condivisa fino in fondo. Dall’alto aveva condiviso il cammino e le fatiche di un popolo – la voce, la nube, il vento, la luce … - adesso, nella pienezza del tempo, Dio si è posto dentro, dal basso, si è fatto accanto all’uomo assumendone i suo percorsi, le sue fatiche, le sue contraddizioni e le sue speranze.
            E’ bello pensare a questo Dio che ha voluto coniugare il suo cammino con il nostro, nella carne.
Sconvolge pensare che la nostra carne, la nostra storia, il nostro sentire, il nostro patire e gioire … sono diventati l’abitazione di Dio!
Perché?
            Crediamo, prima di tutto, perché Dio “ha tanto amato il mondo!”. Ecco: Dio ci ama tanto! Ama la nostra carme, così spesso ferita, sconvolta, sofferente, carica di contraddizioni ed anche di peccato. Ama la nostra carne con le sue tensioni, con i desideri e i sogni belli che racchiude; ama la nostra carne con tutto quello che di grandioso sa esprimere nell’amore, nella tenerezza, nel dono e nel servizio.
            E poi perché ci fosse chiaro che la nostra carne assunta da Lui può diventare spazio di novità e possibilità di ritrovare le coordinate per vivere una vita “da grandi”.
Il testo del vangelo di qualche giorno fa ci poneva di fronte l’amaro interrogativo di Giovanni Battista che, dal carcere, manda a dire a Gesù: “Sei tu colui che doveva venire o dobbiamo aspettarne un altro?” e la stupenda risposta che offre Gesù: “Andare a dire a Giovanni ciò che vedere e udite: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”. Ecco la grande ragione di quel “Verbum caro factum est”: perché l’uomo ritrovasse la capacità di vedere, di ascoltare, di camminare, perché ritrovasse liberazione e capacità di riscoprire la sua dignità e la sua grandezza.
Dio si fa carne perché la nostra carne possa sapere di avere tutte le opportunità per ritornare ad essere spazio di divinità. Perché possiamo vivere da “protagonisti”, perche possiamo ritrovare la capacità di muoverci da “signori” dentro alla vita affermando la possibilità di essere liberi, capaci di scelte, capaci di amare davvero e di porre gesti che possano spingere la nostra storia sui sentirei della pace e della giustizia.
            La consapevolezza di tutto ciò ci spinge a non accettare di essere ciechi e sordi, zoppi ed incatenati … dalle logiche del potere, dalle banalità di una cultura che ci spinge solo a consumare e che ci fa sentire piccoli numeri che devono ubbidire, pagare e tacere, succubi di forze che tolgono dignità e protagonismo.
            No! Se Dio si è fatto carne siamo chiamati ad uscire dalle nostre apatie, dalle nostre paure, da quelle forze che ci vogliono privare della bellezza della vita e credere che possiamo ancora tornare a vedere, a sentire, a parlare, a correre … ad essere liberi. Liberi di sentirci davvero “figli” di un Dio che ci è Padre e che ci ama tanto.
Buon Natale!
 
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